Nel 2015 è stato pubblicato un report ralizzato dal World Economic Forum’s Global Agenda Council on the Future of Software & Society, dedicato ai punti di riferimento della tecnologia e all’impatto sociale. Il report, in apparenza datato, oggi, è in realtà una fotografia molto interessante perché mostra il parere di esperti del settore tecnologico e di dirigenti (sono stati intervistati circa un migliaio tra CEO, dirigenti e operatori tecnologici) rispetto ai cambiamenti tecnologici e l’aspettativa che possano mutare la società tradizionale.

Nel 2015 l’aspettativa era che – in dieci anni circa – si realizzassero cambiamenti sostanziali per effetto delle innovazioni tecnologiche. Ed è un’aspettativa decisamente alta. Oggi, a distanza di tre anni, guardando quegli stessi dati sappiamo che alcune tecnologie sono già più usate, sperimentate e sviluppate delle stesse previsioni (bitcoin e blockchain in testa).

Eppure l’innovazione è già un fattore cruciale per lo sviluppo di attività, mercati e aziende. Non a caso molte risorse e strumenti oggi di uso comune (il web, i device iperconnessi, la stampa 3D, l’internet of things, i big data…) in passato erano guardati con sospetto, spesso criticati, facilmente poco capiti. Eppure, di fatto, poco alla volta si sono conquistati la fiducia delle aziende e dei consumatori al punto che oggi il loro stessi usi si sono evoluti.

Dunque le innovazioni tecnologiche non sono più ingredienti per romanzi di fantascienza. Sono realtà su cui poggiano ormai molte azioni comuni, attività, beni e servizi permettendo di risolvere problemi e soddisfare bisogni.

Ma le tecnologie, da sole, non bastano. È sempre più importante comprenderne le implicazioni. Sceglierle consapevolmente. Fidarsi di ciò che sono e fanno quanto di chi le propone, gestisce, sviluppa e adatta alle specifiche necessità. A ogni livello del mercato.

In una parola: fiducia. Ma come? E di chi?

Fino al ‘900 la fiducia era diretta, dipendeva dalla reputazione, dai rapporti tra le persone. In seguito è stata istituzionalizzata, in modo da regolamentare determinate azioni e accordi con contratti che tutelassero le parti. Nel XXI° secolo, però, la fiducia ha iniziato a evolvere di pari passo proprio con le tecnologie e il digitale: è diventata sempre più un meccanismo di fiducia diffusa (o, come l’ha definita Rachel Botsman, distribuita) ovvero che parte da una singola idea, per poi passare attraverso la piattaforma con cui viene realizzata (dunque sulla tecnologia di cui si dispone e che si sceglie di utilizzare ‘affidandosi’) fino all’esecuzione finale. Ne sono un esempio concreto casi come BlaBlaCar, e AirBnB.

Negli ultimi anni è in corso uno spostamento di fiducia dalle istituzioni in senso ampio alle varie e ampie opportunità tecnologiche, non soltanto per le innovazioni e i potenziali di queste ultime. Gli scandali bancari, i casi di frode, le fake news, le violazioni di privacy, e molti altri fatti che oggi sono sempre più sotto gli occhi di tutti (un altro effetto delle tecnologie, dove le informazioni e ogni singolo dato hanno molte più occasioni di essere diffusi e rintracciati, a differenza del passato) hanno favorito il malcontento e un progressivo spostamento della fiducia stessa.

In particolare dalla crisi di Wall Street nel 2008 – quando molte aziende sono fallite e il sistema finanziario mondiale è arrivato molto vicino al collasso – ad oggi, la fiducia da certa e consolidata è entrata in crisi.

Eppure esiste ancora.

Ed è ancora un caposaldo di qualunque scelta.

L’obiettivo, oggi, è recuperarla come valore, rafforzarla con dinamiche e strumenti solidi, adattarla alle innovazioni in movimento quanto ai bisogni di individui e aziende che cambiano.

Renderla un autentico punto fermo.

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